Ci sono momenti in cui, attraversando una piazza affollata o salendo su un treno pieno di sconosciuti, lo sguardo cambia.

Ci sono momenti in cui, attraversando una piazza affollata o salendo su un treno pieno di sconosciuti, lo sguardo cambia. Diventa più vigile, quasi istintivamente selettivo. Osserviamo chi ci passa accanto e, senza formularla davvero, una domanda attraversa la mente: quella persona potrebbe farmi del male?

È una reazione antica, profondamente umana. Ma non sempre racconta la realtà del rischio.

 

Quando il rischio si nasconde nella normalità

 

Siamo portati a immaginare la minaccia come qualcosa che proviene da fuori: un volto sconosciuto, una presenza imprevista, qualcuno che non appartiene al nostro mondo quotidiano. È una rappresentazione rassicurante, perché offre una mappa semplice della paura. Se il pericolo è esterno, basta riconoscerlo e tenerlo a distanza.

 

La realtà raccontata dalla cronaca suggerisce spesso un’altra verità. In molti casi la violenza non irrompe dall’esterno, ma nasce all’interno delle relazioni di prossimità. Si sviluppa tra persone che si conoscono, dentro legami affettivi, familiari o di fiducia. Non ha il volto dello sconosciuto incontrato per caso, ma quello di qualcuno che fa già parte della vita quotidiana.

 

Le storie che negli ultimi anni hanno segnato profondamente il dibattito pubblico italiano mostrano con chiarezza questo schema. Nel caso di Giulia Cecchettin, così come in quello di Giulia Tramontano, la violenza non è arrivata da un estraneo, ma da una relazione già esistente, da qualcuno che conosceva abitudini, fragilità e spazi di vita della vittima. Anche la vicenda di Saman Abbas ha riportato alla luce la stessa dinamica: il rischio si trovava all’interno del contesto che avrebbe dovuto rappresentare protezione.

 

Questi eventi non sono semplici eccezioni. Piuttosto rivelano quanto il male possa assumere forme ordinarie, mimetizzarsi nella normalità e crescere dentro relazioni che all’esterno appaiono familiari e rassicuranti. Proprio questa apparente normalità rende la violenza difficile da riconoscere e, spesso, da nominare.

 

La tentazione culturale di immaginare il pericolo come qualcosa di estraneo — un “mostro” riconoscibile e distante — rischia così di diventare una semplificazione pericolosa. Se continuiamo a cercare il male solo fuori dal nostro orizzonte quotidiano, rischiamo di non vedere i segnali quando si manifestano dentro le relazioni che abitiamo ogni giorno.

 

Riconoscere questa realtà non significa sostituire la fiducia con il sospetto. Significa piuttosto imparare a guardare con maggiore consapevolezza le dinamiche che attraversano i rapporti umani, perché il pericolo più difficile da individuare è spesso quello che cresce lentamente dentro la normalità, proprio accanto a noi.

 

https://www.ethicasocietas.it/male-di-prossimita/